Titolo: Io sono un gatto
Titolo originale: 吾輩は猫である (Wagahai wa neko de aru)
Autore: Sôseki Natsume (漱石夏目)
Anno: 1905 (uscito in Italia nel 2006)
Editore: Neri Pozza
Codice ISBN: 88-7305-927-9
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Pagine: 512
Prezzo: €18,00
Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questo libro casualmente, durante una lezione di lingua giapponese: il professore stava parlando di come in giapponese “watashi” (il pronome di prima persona singolare) sia abitualmente associato a un essere umano, e della conseguente sorpresa che suscitò all’epoca un libro intitolato, appunto, “Io sono un gatto”.
Il titolo mi ha incuriosito molto e me lo sono appuntato. Finalmente in questi giorni ho avuto un po’ di tempo per leggerlo in pace.
Le zampe dei gatti, ovunque si posino, sono così silenziose che non tradiscono mai la loro presenza, quasi calpestassero il cielo o le nuvole. Sono come un gong suonato sott’acqua o un koto pizzicato in una grotta, sono l’intuizione muta e immediata delle delizie della vita. [...] Vado dove voglio, ascolto quel che mi garba, dopodiché tiro fuori la lingua, agito la coda, drizzo i baffi e me ne torno indisturbato a casa.
Inizialmente il racconto fu pubblicato a puntate su una rivista culturale tra il 1905 e il 1906, e nonostante il titolo provocatorio non parla di gatti. Non è neanche la storia di un gatto.
Che Soseki (che vuol dire “testardo” ed è solo uno pseudonimo, il vero nome dell’autore è Kinnosuke) si sia bevuto il cervello? Ovviamente no: il gatto c’è, ed è il personaggio fondamentale di ogni romanzo, quello che non può assolutamente mancare. Il gatto è la voce narrante, gli occhi attraverso i quali il lettore osserva i fatti.
Il nostro gatto non ha neanche un nome, e per sua stessa ammissione non è neanche un campione di bellezza. È dotato però di spirito di osservazione e di quel senso di superiorità filosofica che chiunque abbia un gatto in casa può scorgere nel suo sguardo.
Solo la prima parte contiene qualche accenno alle avventure del gatto senza nome, che man mano passano in secondo piano rispetto alla descrizione degli incontri che si tengono in casa del suo padrone. Ed è proprio attraverso il gatto narrante che Natsume attacca senza pietà lo stile di vita e di pensiero della sua epoca, caratterizzato da dissolutezza, egoismo e individualismo, frutto del processo di “occidentalizzazione” che ha investito il Giappone agli inizi del XX secolo. E che, a quanto pare, non ha fatto che danni.
Ne sono una prova i personaggi del libro: è impossibile trovarne uno che sia connotato positivamente.
Il professor Kushami (tradotto “starnuto”), il padrone del gatto, è un mediocre insegnante di liceo che si atteggia a grande studioso e si cimenta in un’infinità di attività, senza mai riuscire a ottenere nulla di buono: compone haiku, scrive prosa inglese infarcita di errori, si esercita maldestramente nel tiro con l’arco o nella pittura, recita canti nō nel gabinetto, compra un’infinità di libri senza mai leggerli.
A casa sua si avvicendano persone rappresentative di diverse “categorie”: l’esteta Meitei, che fa discorsi molto articolati ma che poggiano in realtà sul nulla più assoluto; Kangetsu, un ex-alunno del professore, che tiene conferenze su “La dinamica dell’impiccagione” e intende ottenere un dottorato con una tesi su “L’effetto dei raggi ultravioletti sulla funzione galvanica del globo oculare della rana” (e per questo passa le giornate in università a limare biglie); Dokusen, il buddhista zen fanatico che recita massime confuciane a casaccio; il poeta Tofu, simbolo dell’arte che si vende per denaro, disposto a comporre poesie su ordinazione per qualsiasi occasione; il nuovo borghese Sanpei, che ostenta la sua posizione fumando sigarette costose. Insomma, non se ne salva uno: il gatto li osserva, ascolta i loro discorsi e ne dà un giudizio durissimo, gli riesce perfino faticoso comprendere cosa spinga gli esseri umani a comportarsi in un modo tanto inutile.
È mia opinione che il cielo sia fatto per coprire tutte le creature, e la terra per sostenerle. Nemmeno le persone più polemiche e petulanti possono negare questa verità. Se poi andiamo a vedere quanto abbia contribuito il genere umano alla creazione di cielo e terra, mi pare che non sia stato del minimo aiuto. Che diritto hanno dunque gli uomini di dichiararsi padroni di un luogo che non hanno creato? [...] Però piantano pali e mettono staccionate sull’immensa superficie terrestre per delimitare un terreno e dichiararlo di loro proprietà, e con la stessa impudenza sarebbero capaci di recintare il cielo azzurro [...] Visto però che non è lecito recintare e vendere l’aria, perchè allora dovremmo considerare legittima la proprietà della terra? Da queste riflessioni sono arrivato a convincermi che posso entrare dove mi pare e piace.
Sullo sfondo troviamo il Giappone di inizio XX sec., al quale non sono dedicate lunghe descrizioni, ma che giunge al lettore per mezzo di accenni casuali alla vita quotidiana: il cibo, i quartieri, il tipo e la disposizione dei mobili all’interno della casa.
Nonostante venga definito “romanzo”, c’è pochissima azione all’interno del libro, incentrato com’è sui lunghi e vanesi discorsi del professor Kushami e dei suoi ospiti. Questo rende la lettura un po’ ostica, eppure piacevole.
È un libro da consigliare senza ombra di dubbio agli amanti del Giappone perché, anche se resta sullo sfondo, il Paese del Sol Levante permea tutto il libro.
È un libro da consigliare agli amanti dei gatti, perché anche se è “solo” la voce narrante questo gatto senza nome riuscirà a farsi volere bene.
È un libro da consigliare a tutti, perché è stato scritto oltre un secolo fa ma alcuni personaggi (e le relative critiche) sono incredibilmente attuali.
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