È difficile dare un commento imparziale su quello che è successo la settimana scorsa a Milano in Via Sarpi, ribattezzata (a torto o a ragione) come la Chinatown di Milano.
Ho perfino passato una decina di minuti a scegliere la foto che vedete qui a fianco (da corriere.it), perché molte mi davano l’idea di essere in qualche modo “di parte”.
Scarto innanzitutto i due estremi: quello che si identifica con la frase “cinesi del cazzo, devono stare a casa loro!” e quello riassunto in “polizia brutale del cazzo, poveri piccoli Calimeri gialli” (perdonate i francesismi). Come sempre, in medio stat virtus.

Da una parte, è abbastanza verosimile che la protesta fosse in qualche modo preparata e che la multa alla donna cinese sia stata solo una sorta di casus belli; d’altro canto, la reazione della Polizia è stata forse sproporzionata. Tutto questo ha generato una reazione a catena che è sfociata nella sommossa tanto sbandierata dai media.
E, come sempre, a prendere il sopravvento sono (purtroppo) gli estremismi: la Lega che vuole preservare le nostre nordiche tradizioni (dimenticando i non così remoti tempi dell’emigrazione degli italiani, ai quali venivano riservati trattamenti simili), e quei gretti individui che non vedono l’ora di avere una scusa per dare addosso alle Forze dell’Ordine. A questi si aggiungono ora i cinesi chiamati a raccolta da tutta Europa (O.o) per la manifestazione che si terrà dopodomani a Milano.
Tutto sbagliato. Dove sta il dialogo in questa vicenda? Da una parte la necessità (sacrosanta, per carità) che tutti rispettino la legge, dall’altra il desiderio della comunità cinese di vedersi riconosciuta la possibilità di gestire la loro attività economica come meglio credono. Ci dovrà pur essere un punto in cui questi due bisogni si incontrano, ma nessuno cerca di raggiungerlo: la maggior parte di noi vede nell’immigrato un pericolo per la propria stabilità culturale-sociale-economica, mentre l’immigrato (che magari sta in Italia da generazioni e parla la lingua meglio dei “purosangue”, ma siccome ha la pelle diversa sempre immigrato resterà), di fronte a una tale chiusura, reagisce spesso con stizza chiudendosi a sua volta.
Nell’era della globalizzazione, della società multietnica, del melting pot, questo atteggiamento appare decisamente anacronistico. Finché ci sarà una tale chiusura su tutti i fronti, quel mondo multicolore che tanto mi piacerebbe vedere sarà solo un’utopia.


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